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meaninglessness
heavy is the cost
DIARI
29 gennaio 2012
Pendant


Con gusto ricercato, mi vesto di parole per andare a una festa in un'isola deserta. Troverò qualcuno? 



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DIARI
29 gennaio 2012
Guardami, mi vedi?


Fissare un punto indefinito dello spazio mi sembra il modo migliore per traslocare la vista, spostando gli occhi una decina di centimetri più su, in un luogo dove non c'è bisogno di alcuna cavità per riuscire a vedere.
Guardare con la mente è qualcosa di diverso dal semplice immaginare: sul telo bianco e invisibile che mi si srotola davanti - ma in una posizione comunque interna alla coscienza - vengono proiettate immagini che, se in apparenza appaiono bidimensionali, in realtà sono più simili agli stereogrammi. Abbandonarsi a questo giogo mi conduce verso profondità inattese, dove ad agire non è più la volontà ma qualcosa di molto più labile e autonomo, imprevedibile come tutto ciò che ci possiede senza appartenerci.

Precipitando all'interno di questi quadri in movimento, il mio ruolo varia di momento in momento: protagonista, comparsa, semplice ornamento. Sono strappi di vita reale e possibile, ma è proprio quest'ultimo dettaglio a definire la loro distanza: potrebbero accadere, ma non esistono o perlomeno non adesso.
In questi luoghi i sensi hanno contratti part-time, servono ma fino a un certo punto: in realtà, non vedo, non sento, non annuso, non gusto e non tocco; eppure è come se le mie pupille si dilatassero per assorbire quanta più luce possibile, capita di abbandonarmi all'ascolto di racconti incredibili, mi stupisco per la delicatezza di certi profumi, mordo e sfioro.
Tutto ciò può durare pochi minuti ed apparire eterno, anche se mai a sufficienza.




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DIARI
25 gennaio 2012
La tabellina di Dante


3.33, qualsiasi posto che non sia questo.

L'ora di Dante, che sciocchezza! Tra le tante dette, questa è certamente una delle più riuscite; dunque, una delle peggiori. E la sua stolidità non viene di certo mascherata da un velo di letterarietà: il mio rapporto con la Commedia, infatti, è simile a quello che si ha con le tabelline, mnemonico e a saltare.
A pensarci bene, esso avrebbe da spartire qualcosa anche con le filastrocche: tre tigri mangiano trentatré trentini.
Tra l'altro, mi sento di poter azzardare che settecentodiciotto anni fa, a quest'ora della notte, il mio coetaneo Durante di Alighiero degli Alighieri probabilmente non faceva altro che dormire, e con lui milioni di altri anonimi sognatori. Che invidia, specialmente per questi ultimi.

Avrei voglia di immaginare qualcosa di - letteralmente - straordinario, ma non mi riesce. Che siano pensieri verbosi o visioni sintetiche non importa, ho la costante sensazione che ogni parvenza di originalità si disperda non appena la mente afferra il frutto di questo vagheggiare.
O sarebbe meglio dire vaneggiare? Cambia poco poiché, nel caso specifico, a saltare agli occhi più che l'assonanza è la sinonimia.

Paolo, Francesca e un libro galeotto. Beati loro. Nei testi che mi circondano, da condannare al massimo ci sarebbero gli autori: li vedrei bene tutti incolonnati a remare nelle galee, per espiare la colpa seguita all'avermi rubato tempo e denaro.
In verità un libro che merita il mio apprezzamento c'è ed è uno di quelli di cui mi piace pensare che sarei potuto esserne l'autore. Chissà se si tratta di un libro deprimente. In ogni caso, è una fortuna che qualcuno lo abbia scritto prima di me.

Volevo scrivere di caffè, ma ho desistito dopo aver constatato come per ben sette volte - e con questa fanno otto - io ne abbia già parlato. Forse, però, avrei fatto bene a ripetermi perché, quel che in cambio ne è uscito, non è altro che un mucchio di frasi disoneste: quando sto per cliccare sullo sciagurato tasto 'pubblica', infatti, non è più l'ora delle cantiche e dei canti. E se non bastasse questo a dimostrare l'insincerità del tutto, allora ammetto anche di essere sempre stato qui.
Prima, dopo, Durante.



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DIARI
18 gennaio 2012
Poco più in là dell'indecenza


Chissà dove si trovava Bunuel nell'inverno del 1962 o poco prima. Magari era proprio lì su una panchina, fregandosene di informare i suoi futuri biografi, intento a prendere spunto per l'Angelo sterminatore. O forse era da tutt'altra parte e quella di cui sto per parlare si tratta semplicemente di un caso di omonimia ultraterrena.
In effetti, nel luogo a cui mi riferisco, al posto di una sala da pranzo frequentata da aristocratici vi è una piccola piazza con pochi perditempo. Proprio da lì, parte una strada dritta e visibile a tutti, ma non per questo percorsa. Poche centinaia di metri senza sbocco, introdotti da un segnale che avverte della possibilità che dall'alto frani qualcosa. O dall'interno.
Credo che sia il timore di imbattersi in questa seconda esperienza, meno tonante della prima ma ugualmente polverosa, a sconsigliare i più. Almeno nelle stagioni fredde. Tuttavia c'è anche chi, intrepido, corre il rischio per noia o perché alla ricerca di un alibi.

Alibi è una di quelle parole che più guardo e più mi sembrano strane, come se in verità la loro forma corretta dovesse essere un'altra. A quanto pare, però, si scrive proprio così: alibi.
In fondo, potrebbe darsi che ciò che gli occhi avvertono come inesatto non è altro che il sintomo di un errore commesso a un altro livello. Un'imperfezione lessicale, magari. Forse se al posto di alibi avessi detto armonia la sensazione sarebbe stata diversa. Ma mettiamo da parte le parole e ritorniamo alle cose, reali e non.

Chi si incammina per la suddetta via non può fare a meno di portarsi dietro se stesso, con tutto quello che ciò comporta. Il resto, invece, da quelle parti accade incurante della presenza di eventuali nuovi ospiti. Tutto in silenzio e senza motivo, ma proprio per questo in modo imprescindibile e necessario.
Vi è una sedia vuota sul ciglio di una porta serrata con una catena arrugginita, finestre chiuse che non rispondono a nessuna richiesta di riservatezza, acqua e pietra sulla sinistra, pietra e acqua sulla destra. In quest'ultimo caso, le uniche differenze stanno nella quantità degli elementi e nella concentrazione del sale. Dettagli, come quelli che differenziano il mare dalla terra.
All'ombra di un camion sporco di farina, quattro gatti giacciono in circolo indifferenti l'uno all'altro, ma comunque insieme. Provo ad avvicinarmi: nessuno pare avere intenzione di occuparsi del nuovo arrivato. Poi, d'un tratto, uno si alza e scappa più in là. Torniamo a essere in quattro e ci guardiamo di sbieco ma senza indolenza.
Sugli scogli due donne, con i piedi nudi e fattezze tali da indurre a fantasticare sul loro passato,
respirano e vivono. Io le supero, limitandomi a chiedere alla mia intuizione soltanto quanti anni possano avere.
Molto più lontano - ovvero in quel punto dove la pigrizia viene sconfitta dall'ostinazione - tre grosse pietre, bagnate per metà dalle onde, emettono fumi solforosi di cui sembrano godere altrettanti granchi.

Ritornato sulla terraferma - perché quella degli scogli stabile di certo non è - il più piccolo dei gatti viene messo in fuga da uno stormo di colombi.
Sarà possibile prendere un caffè da queste parti?
La ricerca, che si rivelerà infruttuosa, mi dà il tempo per assistere all'arrivo di un autobus vuoto e alla mimica di due pescatori che, dall'altra parte del molo, sembrano mettere in atto qualche rito propiziatorio. Dietro di essi, su un muro, campeggia una dedica al duce con una croce celtica realizzata in modo tale da sembrare una boa.

Mi dirigo verso l'auto, accompagnandomi ad altre persone che appartengono a irrealtà fatte di celluloide o poco altro. Mentre mi preparo per il ritorno nell'indecenza, scrivo col pensiero questa storia di cui, dunque, quella qui presente non è altro che una brutta copia.




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DIARI
11 gennaio 2012
Letisia piovana


Ha ripreso a piovere, piano e a intermittenza che ti viene da guardare al cielo per assicurarti che si tratti soltanto di acqua. Magari un po’ acida, ma pur sempre acqua.
Se questa sera non fossi fortunato, probabilmente riuscirei ad arrivare fino al portone perfettamente asciutto. Ma non è così e dunque non c’è bisogno che io saltelli qui e lì, come si faceva tanti anni fa lanciando una pietra non prima d’aver tracciato, per terra e con il gesso, rettangoli numerati.
Il freddo punge la gola e la luce della notte, lontano dai lampioni, sembra quasi pulita. Da qualche parte, dietro una nuvola o un palazzo, la luna è ancora piena.
Ho perso il conto delle volte in cui ho tagliato in diagonale questa piazza, di giorno sporca di gente, di notte sporca e basta. Tenere un tal genere di bilancio, tuttavia, sarebbe stato superfluo perché in fondo si tratta semplicemente del cammino più breve.
Svoltando l’angolo, la pioggia si fa più forte e, serena, bagna un muro su cui una esse è stata confusa con una zeta. Le stelle qui non si vedono o semplicemente non esistono.

Pochi secondi, qualche movimento ripetitivo e l’acqua rimane fuori. In questa stanza, complice una stufa che sputa aria polverosa, fa decisamente più caldo.
Questa notte porterà con sé la colpa per una fotografia non scattata e l’insicurezza data dal non sapere se domani ci sarà la stessa luce o se, invece, sarò io a essere diverso.
Me lo chiedo, con il bicchiere vuoto e il vino finito.    




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DIARI
18 novembre 2011
Punti di vista o esercitazioni all'optotipo


Ci sono tentazioni a cui bisognerebbe saper rinunciare, non me ne voglia il buon - anche se lui avrebbe preferito di certo 'bel' - Oscar Wilde. Uno di quelli che ho sempre tenuto a debita distanza, un po' per partito preso, un po' per intuizione, che poi sono pressapoco la stessa cosa. Wilde, uno di quelli a cui forse è venuto il momento di rivolgere la parola.
Tra le cose che non si dovrebbero mai fare c'è il lasciarsi stuzzicare dalla possibilità di creare aforismi su due piedi, fatti per giunta di quella materia particolare che va sotto il nome di aria fritta. Ma si può fare anche di peggio come ad esempio credere all'attendibilità dei suddetti aforismi, soltanto perché esteticamente belli.
Un esempio ero riuscito a forgiarlo poche ore fa, ma subito dopo l'ho dimenticato. Come del resto tante altre cose.
Quel che importa è sapere che dietro a una frasetta a effetto spesso si cela una beffa o un raggiro. Non che ciò debba accadere a causa della malizia di chi li crea, anzi questi ultimi sono le prime persone a cui bisognerebbe fare una carezza. Semmai vi dovesse capitare di trovarvi accanto a un friggitore di aforismi, donategli qualche secondo della vostra vita e abbracciatelo con sincera compassione. 
Pensare di riuscire a sintetizzare una parte dell'esistenza, fisica o mentale che sia, in un numero conciso di parole disposte in un ordine ben preciso, è sintomo di tenera ingenuità più che di presunzione.

Spesso basta poco per accorgersi che la presunta verità rivelata da un aforisma potrebbe essere completamente ribaltata, risultando comunque altrettanto valida. E questo qui è uno di quei dati di fatto che, di volta in volta, può rassicurare ma anche inquietare.
Sarebbe bello riuscire a far fluire da dentro verso l'esterno significati che se non puri, almeno siano comprensibili. E alla stessa maniera fare proprie le parole che giungono da fuori, dando una lettura se non univoca, almeno condivisa.
Qualcuno obietterà che il mio è un inno al transumanesimo o al mondo delle macchine tout court. Ma non è così. Basterebbe solo un po' più di attenzione ed empatia.
Li chiamano punti di vista: ecco, sarebbe bello se ci si sforzasse di accettare l'esistenza di più prospettive, con l'impegno reciproco, però, di non trasformare in alibi quella che dovrebbe essere una semplice constatazione della natura delle cose.
In definitiva si potrebbe dire che la polisemia è una moneta preziosa, ma proprio per questo bisogna fare attenzione ai sovradosaggi per non rischiare la svalutazione. Di tutto.



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DIARI
14 novembre 2011
Finzioni con l'interlinea


C'è chi si crede simile all'eroe di un romanzo, chi fa di tutto per rivedersi nel protagonista di un film - e, a tal proposito, ci sarebbe da giurare sul recente aumento di richieste ricevute dai dentisti, affinché affilino canini troppo smussati -, chi fantastica sul contenuto di una canzone.
Io credo di aver fatto tutte queste cose e non solo una volta. 
In questo momento, però, mi sento come una sensazione. Una in particolare. Una di quelle che, ogni tanto, si provano mentre si legge. Non saprei bene come descriverla, ma ci proverò lo stesso. Oramai è un mantra. 

Capita a volte di trovarsi davanti un personaggio - uno qualsiasi, non importa se importante o meno - che compie un'azione o dice qualcosa che, a primo acchito, non sembra nascondere alcuna ambiguità, ma che dopo un po' non riesce a convincere della sua onestà.
Il tipo in questione potrebbe aver bevuto un caffè, fumato una sigaretta, ucciso qualcuno: cambierebbe poco. Non è l'entità di ciò che ha fatto, che contribuisce a dare vita alla sensazione in questione, bensì il modo in cui sono disposti i pezzi di cui si compone la scena. Se si trattasse di un dipinto si potrebbe dire che a contare non è il soggetto ritratto, ma i colori utilizzati.
Un'ipocrisia quasi ontologica, di cui probabilmente non potrebbero essere accusati né l'autore, né il personaggio in sé.
Inutile dire che lo stesso vale per ciò che viene detto: a essere pronunciata può essere la più oggettiva delle verità o la più viscida e non giustificata delle bugie; la sensazione se ha da nascere, lo farà.
Qualcuno potrebbe dire 'Sta piovendo' e, subito dopo, le pagine del libro iniziare a diventare a pois per via delle gocce, ma non potremmo comunque fare a meno di notare lo stato di irrealtà in cui ciò si manifesterebbe.

Questo genere di esperienza - così fastidiosa ma forse, allo stesso tempo, necessaria per mantenere le distanze tra vita e sogno - è più frequente quando si ha a che fare con trame verosimili.
Tu, lettore, sei lì quieto, intento a leggere qualcosa che riesci quasi a vedere con gli occhi della mente, quando, a un tratto, succede qualcosa che fa inceppare il fluire delle immagini. E quando questo accade, non c'è verso di cambiare le cose. Inutili sono gli sforzi di empatia o la volontà di cambiare prospettiva, spogliandosi di quei ricordi ed esperienze che potrebbero rendere difficoltosa la comprensione.
L'unica cosa che rimane da fare è prendere per buono ciò che si è letto, fare buon viso a cattivo gioco, fingersi creduloni.
Ecco, io mi sento così ma con una piccola differenza: a suonare strana non è una battuta o uno sguardo. Sono intere pagine. Forse capitoli.

E se mi fossi semplicemente rincoglionito? 



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DIARI
14 novembre 2011
Bandiera bianca


Come in un carnevale fuori tempo stanno lì assumendo espressioni gotiche e fattezze antropomorfiche, anche quando si sarebbe in diritto di spergiurare sull'assenza di vita di cui dovrebbero godere.
In alcuni casi, a voler esser sinceri, si tratta di creature umane a tutti gli effetti, ma la loro marginalità nella mia vita è tale che, in linea teorica, potrebbero essere equiparate a bomboniere di dubbia provenienza. Ricordi superflui di eventi a cui si sarebbe fatto volentieri a meno di prendere parte.
Non me ne vogliano gli anonimi citati: si tratta letteralmente di un giudizio di valore. Nessuna pretesa di oggettività, ma solo una valutazione sulle distanze che da loro mi separano. O da esse?
Così dovrebbe essere. E uso il condizionale perché, invece, da tempo la periferia della mia esistenza pare essersi ristretta o, tutt'al più, sarà stato il centro a espandersi. Ogni cosa parla, e lo fa in una lingua chiara ed enigmatica allo stesso tempo.
Qualcuno li chiamerebbe segnali, ma non sono certo che sia il termine corretto. Si tratta di frasi dettagliate, parole inequivocabili, allusioni dal sapore di denotazioni.
Eppure mi manca la capacità di fare sintesi - e la prolissità in questo caso non c'entra nulla -, di riunire i pezzi e rispondere all'unica domanda che conta: perché?

Mi sono sempre considerato uno scettico che ama strizzare l'occhio allo stupore, ma qui mi pare che si siano superati i limiti. La piacevolezza della constatazione cede il passo al fastidio dell'impazienza.
Mi rivolgo direttamente a voi: prendete la mia come una supplica, se lo gradite, ma finitela. O meglio, continuate pure ma fatemi capire di più.
Se è un indovinello, sappiate che mi arrendo. Quindi, adesso, datemi la soluzione.
Per favore.

 



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DIARI
11 novembre 2011
Tracce di assenza


Le spalle stanche, il collo contratto, la schiena dolorante per non sentirsi diversa. Stanchezza.
Mi ci vuole un bagno caldo. Litri di spreco, schiumanti all'avena o al miele, non importa. Nell'acqua in cui mi immergo, la fragranza non appartiene al regno delle scelte. Il profumo è una prescrizione formulata da aromaterapeuti che si fanno pubblicità dalle pagine degli opuscoli del sottocosto.
In casi come questi, sta al corpo adattarsi alla cura, sviluppando il corrispondente acciacco.
L'acqua dovrà essere calda per sciogliere le tensioni e perché fredda nemmeno d'estate. Non saprei dare un numero alla temperatura, quel che conta è che, entrando in contatto con essa, si debba far fatica a proseguire in questa sorta di intimo battesimo. Per Bibbia, un romanzo. Potrebbe essere uno come tanti, ma non stavolta.

Una scena da immaginare ancora prima che da vivere, un desiderio che promette di non disattendere le aspettative. Ma qualcosa va storto. Cosa?

L'acqua è pesante, non sembra nemmeno liquida e il calore stende una coltre di vapore sopra la sua superficie, quasi a voler ricordare la mano fantasma che blocca le fughe nei sogni. Negli incubi. Nella vita.
A guardarla bene, nemmeno la vasca sembra essere quel che è. Mi ricorda una bara, poco prima di essere chiusa per sempre con sigilli di umidità. Chissà dopo quanto tempo si deformerebbe il mio corpo se morissi qui dentro, adesso.
Non so dire se è per colpa dell'aria pesante o di questi pensieri che fanno levitare la mia mente, fino a farla emigrare, ma gli occhi continuano a ripercorrere la stessa riga per un numero indefinito di volte al punto che quella che, a prima vista, era sembrata una frase semplice, dopo un po' pare non avere più alcun significato. Come se lo sguardo, dopo ogni passata, avesse asportato uno strato di senso alle parole, lasciando sul foglio solo una quantità precisa di inchiostro. Tra le mani non ho più l'opera di uno scrittore ma il lavoro di un tipografo.

Mi gira la testa, forse ho esagerato a riempire la vasca quasi totalmente. Non avrei dovuto sottovalutare l'alta marea, ma in fondo questo è il giusto contrappasso per chi deride gli tsunami alti una manciata di centimetri. Ci vuole prudenza, se non si vuole essere travolti. E qualora questa non bastasse, bisogna fare di più. Tolgo il tappo.
Il livello dell'acqua inizia a scendere e con esso ritorna giù anche la mia mente. Potrei riprovare a leggere, ma farlo in una vasca vuota sarebbe un inutile omaggio al postmodernismo. E io, in questo momento, non sono in vena di tributi. Devo uscire da qui.
Mi metto in piedi, la pressione non capisco se salga o scenda, ma di certo ferma non rimane.

Finalmente fuori.
Dietro di me c'è solo una vasca vuota. Niente acqua, solo schiuma che brulica - un verbo può diventare un'onomatopea fregandosene del proprio signifcato? - qui e lì.
Tracce di assenza. Dovunque.
 




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DIARI
6 novembre 2011
Pieghe notturne


Il riflesso alla finestra è più denso del solito, basta poco a trasformare un vetro in uno specchio se la mente è ripiegata su se stessa. Origami cognitivi dove non c'è posto per i sensi, costretti a rimanere fuori come il lampione che illumina un orizzonte di cemento distante quattro metri. Eppure lontano, al di là di questa siepe urbana, ci dovrebbe essere il mare.
La luce gialla dora l'asfalto lucido d'acqua ferma. Quieta, acqua che sa di silenzio. Ma non di pace. 
A nord, la morte cade dal cielo e scorre per le strade. E' lo stesso liquido, più putrido.
Perché cantino i galli alle tre di notte non è dato saperlo, ma è anche vero che la stessa riflessione potrebbero farla essi sul mio conto, anche se in questo caso mi appiglierei al fatto che la mia ugola rimane a riposo. Tuttavia, considerato che nel pollaio non c'è connessione a banda larga, il problema non si pone. Lo chiamano digital divide.
A tal proposito credo che l'ora propizia, per ragionare sui divari e il non compreso, sia arrivata; il luogo, invece, è sempre lo stesso: una cella soffocante che profuma di limoni.




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DIARI
3 novembre 2011
Buon onomastico


Un uomo era totalmente preso dall'attimo: svitare quella minuscola vite - che a occhio nudo sarebbe parsa a tutti un ago dritto e pungente, senza vortici che potessero farla sprofondare con delicatezza - contava più di ogni altra cosa. Era un orologiaio e non aveva nome.
O almeno cosi era per quelle poche persone che, di tanto in tanto, gli si rivolgevano per cambiare le batterie del proprio contatempo, oppure - in genere ad avanzare queste richieste erano i più scortesi - chiedendo di sostituire il cinturino, come se bastasse un lembo di pelle a rinnovare. Una volta, una donna, giovane nell'aspetto ma meno negli occhi, gli domandò:
«Potrebbe portare indietro le lancette?», senza dire di quanto e perché. 
Pure quel giorno non gli fu chiesto come si chiamasse e lui non se ne crucciò; anche se, a essere onesti, la particolarità di quel desiderio gli aveva concesso l'opportunità di immaginare un altro esito. Ma solo per poco. Viveva in una grande città e vi erano talmente tanti nomi che ogni giorno si avvicinavano, separavano e sovrapponevano, da far sì che non vi fosse nulla di cui stupirsi se chi entrava in quel buco, illuminato soltanto per metà, non avesse tempo per giocare con l'onomastica.

In quegli stessi secondi, dall'altra parte della strada ma fuori dalla visuale dell'orologiaio - che comunque non avrebbe avuto modo di accorgersi di nulla, poiché per lui vi era soltanto la vite -, un uomo sputò a terra e prese a calci un cane. Ebbe modo di dargliene soltanto uno perché il cane scappò via. E poi un attimo non è granché, se si bada alla quantità. 
Un po' più oltre, davanti a una buca delle lettere, una mano teneva una busta proprio davanti alla bocca di lamiera che, disgraziata, non aveva ben capito quale fosse il suo destino: ingoiare o vomitare?
A distanze siderali, infine, - in una terra dove gli orologi segnavano numeri diversi - quella stessa donna, meno giovane nell'aspetto ma identica negli occhi, aveva iniziato a far defluire il sangue dai propri polsi. Il sonno pervasivo andava avanti, le pillole acquistate la sera prima si erano rivelate davvero un prodotto di qualità.
Anche se avesse scelto di gridare o chiamare qualcuno, non ci sarebbe riuscita perché la mente era appannata e sembrava aver perso tutti i nomi.
Morì, ma prima ebbe il tempo di ricordare - senza capire il perché di ciò - la volta in cui aveva tanto desiderato chiedere a quello strano orologiaio, immerso in quei continui ticchettii, come si chiamasse. Ma accadde a dieci ore di volo da casa e lei, purtroppo, non era mai stata brava con le lingue.
L'odore di ferro si diffuse, lei desiderò trattenere quell'immagine, senza riuscirci. Era troppo tardi.
 
 




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DIARI
1 novembre 2011
Acceleratore di particelle linguistiche


Mi vesto, ti vesto. Mi spoglio, ti spoglio. Mi chiedo, ti chiedo. Mi spavento, ti spavento.
Questione di dettagli grammaticali e punti di vista. Sottigliezze, io e te. 
Basterebbe che, a pensare questo, non fossi io ma tu, e tutto cambierebbe, come a rovesciare una clessidra. E dunque forse no, forse rimarrebbe tutto uguale, perché la sabbia è sabbia e cade sempre verso il basso.
Ho la sensazione, però, che non tutti i verbi - le azioni, le intenzioni, le rimozioni - abbiano lo stesso rapporto con le particelle pronominali.
Mi amo, ti amo. Esiste una differenza tra le due frasi, ma non così sostanziale come si potrebbe pensare. E lo stesso - qualcuno probabilmente non sarà d'accordo - varrebbe se io dicessi 'mi uccido' e poi 'ti uccido'. Certo i due atti avrebbero esiti diversi o perlomeno si potrebbe sostenere che non riuscirebbero a convivere nella realtà dei fatti, a meno che non ci si chiami Romeo e Giulietta. Anche perché, a questi due, ci hanno già pensato Shakespeare e Knopfler.
Un solo verbo mi appare suscettibile di stravolgimenti di senso, differenze talmente acute da far pensare che, se si usassero due parole diverse, forse sarebbe meglio.
Mi sacrifico, ti sacrifico. Quanta distanza! 
Non solo questa notte.



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DIARI
30 ottobre 2011
Eyes wide shut without Stanley


Si dà troppa importanza agli occhi, soprattutto a quelli aperti.
Iridi marroni, verdi, azzurri, cerulei. Neri. So di aver incrociato un paio di occhi neri ma non ricordo né dove né quando, e soprattutto a chi appartenessero. Per trovare quelli rossi, invece, non è necessario scattare fotografie, fermare il tempo: basterebbe soltanto succhiare via la melanina.
Gli occhi. C'è chi ha detto che siano lo specchio dell'anima e dunque, se le cose stessero realmente così, verrebbe da chiedersi perché, nel corso dei secoli, ci si sia così tanto scervellati nel tentativo di capire in quale parte del corpo risiede la nostra essenza. Perché scomodare la ghiandola pineale? Ai tempi di René Descartes, gli specchi esistevano: quale facilità per comprendersi?
Inoltre, sarebbe bastato osservare ciò che ci sta attorno per trasformarsi in profumieri. Andare in giro per le strade e respirare gli occhi dei passanti, così da poter individuare quale fosse la fragranza adatta a noi. Quella che non si trasformerà in un lurido lezzo, per colpa del tempo e dell'amore che corrode.

Due notti fa, quando degli occhi non sapevo che farmene poiché la stanza era totalmente buia, mi sono reso conto di quanto importanti e oneste siano le palpebre. Chiuse.
Murare gli occhi dona sincerità e non perché, per riuscire a farlo, bisogna avere fiducia in ciò che ci circonda, ma perché toglie il filtro.
Provate a pensare a qualcosa durante la veglia: basta poco per mentire a se stessi, per tenere l'oggetto appena fuori dal nostro reale sentire. Nessuno, tra l'altro, se ne accorgerebbe.
Se invece si sta a occhi chiusi, ogni impulso si trasforma in segno e le palpebre in un pezzo di carta. In questo secondo caso è davvero impossibile non essere sinceri, non esistono trucchi e per chi volesse tentare di accumulare pensieri da sovrapporre a quelli sconvenienti, sappiate che non funziona. Non esistendo margini in questo foglio, non c'è spazio per gli scarabocchi.

Quella notte, credevo di aver fatto una scoperta che avrebbe cambiato la vita di ognuno, o almeno la mia, ma leggo che Joseph Joubert, nel 1838, disse: «Chiudi gli occhi e vedrai».
Non mi resta altro da fare che tentare di capire cosa significhino quei disegni che mi si stampano dietro le palpebre, dopo che dalla luce passo al buio.
Macchie di Rorschach fai da te? 




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DIARI
27 ottobre 2011
Il cattivo gusto

Velocità. Guardare lo specchietto retrovisore nella speranza di non ravvisare fari in arrivo e farlo per evitare di mettere la freccia. Accostare sull'asfalto bagnato di pioggia e di mare, attraversare la strada senza curarsi della gentilezza del mezzo matto che si inventa ausiliare del traffico, rassicurandoti del fatto che nessuna auto ti falcerà come adeguata punizione per non aver azionato il semaforo pedonale, superare la veranda di plastica, non capire da dove arriva quella musica quasi live, non trovare i gelati, trovarli, pensare che una coppetta piccola non sempre è piccola, bere un bicchiere d'acqua tutto d'un fiato per sete e per lavarti. Uscire, accorgersi che il mezzo matto ti ha voltato le spalle mentre un'auto tentenna a rallentare, essere vivo. Pausa.

Lentezza. Il tergicristallo immobile in posizione di non riposo e le gocce che, silenziose, si accumulano sul parabrezza, scivolando e disturbandosi vicendevolmente. Lo sguardo fisso oltre il vetro opacizzato cercando di tenere a mente il nome di quel preciso compositore, capire che anche se fosse stata realmente piccola, la coppetta, sarebbe stata comunque grande. Rimbalzare tra distanze spaziali e temporali, perdite e conquiste. 

Scene da film? No, scene del cazzo. Specialmente quando il caffè non ha più il gusto che aveva vent'anni fa.





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DIARI
25 ottobre 2011
Tentativi di messa a fuoco

Odore di fritto e caramelle. A China Town, le anatre stanno appese in vetrina su sottofondi arancioni mentre, pochi metri più in là, orientali - con pudico fare da oca - ti aspettano ai piedi di scale bianche promettendo massaggi e compagnia metropolitana.
Da queste parti le torte sono un trucco banale come quello utilizzato dal ragazzo rossiccio che, poco sotto Oxford Circus, tenta di far sparire monetine sotto gli sguardi di bambini intimiditi e, forse, annoiati.
A Greenwich rimanere in equilibrio tra un emisfero e l'altro non è un affare per tutti però, accanto al cuoco etiope, puoi trovare una donna bergamasca che da otto anni è alle prese con la porchetta e che, se le chiedi come se la passa, ti dirà: «Meglio la sterlina che certa Italia».
Un po' ovunque, poi, trovi chiavi che non aprirebbero più nulla, tazzine a cui manca il tè, dischi dei Rolling Stones e dei Beatles. Nessuna traccia, invece, di ragazzi come Gianni Morandi. Del Vietnam, qualcosa sì.

Non fotografare vecchi - apparentemente simpatici e a metà tra Depardieu e Nolte - mentre sono intenti a ritrarre malamente una statua come tante. Non fotografare mosaici che calpesterai: potresti rovinarli. Fotografa un'asiatica, un colored e un velo nero da cui sbucano due occhi. Neri.

Le stazioni dei bus diventano occasioni per riflettere sulle coincidenze, quest'ultime intese letteralmente: ciò che deve arrivare in un dato momento della vita - ma basterebbe dire della giornata - non deluderà le attese, anzi porterà continue certezze di colore rosso se ci si trova all'aria aperta, di mille cromie se si è underground. Non una cosa da poco quando intorno vi sono quasi altre otto milioni di teste.

A Camden Town i mattoni, nella loro povertà, sono ancora più belli che da qualsiasi altra parte, con l'atmosfera industriale del passato che viene infilzata da giganteschi stivali che sembrano prendere a calci i palazzi. Qui il Messico, la Thailandia o l'Africa distano lo spazio di una bancarella e chi mangia lo fa guardando il canale su vecchi sedili di vespe mozzate.
A chi si trova a passare  per Shepherd's Bush Market, gli tocca di inciampare in manciate di umanità, confusa tra il caos diurno e la desolante solitudine della notte che nasconde pericoli potenziali e che, in quanto tali, finiscono soltanto per stuzzicare la fantasia di chi aspetta il duecentosette per Askew Road.

Capita a volte che, a Londra, piova soltanto quando ti appresti a lasciarla.


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DIARI
16 ottobre 2011
Autovelox esistenziali


Se fosse possibile affidarsi ciecamente alla prospettiva - e di quest'ultima, nello specifico, ai cambi - allora potrei pensare di aver confuso un bisturi con una bolla di sapone, un'incisione della carne con la leggerezza che non si cura della gravità. Ma non credo sia così, perché il concetto di prospettiva implica anche quello di punto di fuga. E quest'ultimo, per quanto illusorio per definizione, non può di certo essere creato per venire incontro alle esigenze del momento.
Sempre che di esse poi si sappia qualcosa. 

Sognare può essere pericoloso. Farlo a centocinquanta chilometri orari, molto di più. Se poi le volte in cui abbiamo ceduto alla tentazione sono due, allora bisogna mettere in conto di dover risanare il debito contratto - e, perché no, pure irrigidito - accettando realtà rallentate. Frenate.
Viviamo strani giorni, direbbe qualcuno che magari, decenni prima, occupò il mio stesso banco a scuola. Eventualità questa, peraltro, non solo romantica, considerando gli investimenti che, storicamente, sono stati fatti nel campo dell'istruzione. Da Arangio Ruiz a Marystar, poveri tutti.
Ricevo risposte da chi non ha avuto modo di ascoltare le domande. Altrettanti, invece, sono gli interrogativi che rimangono tali, mimetizzati tra asserzioni piane, lineari, buone solo a smussare gli spigoli dei discorsi.

Qual è il confine tra altruismo ed egoismo? 

Ma soprattutto - quesito notturno fondamentale - che ho io da spartire con uno che riesce a sconfiggersi da solo a battaglia navale?
Effe cinque. Colpito e affondato?
No, soltanto refresh.  
        



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DIARI
11 ottobre 2011
Citazioni senza originale


«Qualche minuto ancora e sarebbe ritornato a scopare. Quella ragazza, conosciuta poche ore prima davanti al bancone di un sushi bar, con in volto l'espressione di chi non avrebbe mai immaginato che il pesce potesse essere mangiato crudo, era sotto la doccia e tutto lasciava intendere che, uscita da lì, non si sarebbe affannata particolarmente a racimolare qualcosa per coprirsi.
L'idea di vedere il corpo nudo di quella castigliana lo incuriosiva, quella di ritornare a vedere il corpo nudo di una donna lo rassicurava.
Stava seduto ai piedi del letto con la camicia, più stanca di lui, fuori dai pantaloni. Attorno poca luce, quella proveniente dai lampioni in strada, a loro volta filtrati dal leggero tendaggio che pendolava davanti alla finestra, e la striscia luminosa che, da sotto la porta del bagno, segnava una sorta di confine, sintetizzando in pochi centimetri quanto stesse accadendo dall'altra parte.
La sua mente, tuttavia, continuava a fuggire dalla stanza numero centoundici dell'hotel Chiyoda di Tokyo. Anche se non riusciva a spiegarsi il perché di ciò, non gli sembrava trattarsi di un modo inconscio di aggirare una possibile ansia da prestazione: era a pochi metri dalla carne di quella sconosciuta, ma non riusciva a fare a meno di ritornare all'immagine di quella madre che spingeva la carrozzina.

Per l'esattezza non era stata la scena in sé ad averlo colpito, ma un suo particolare: non aveva tolto gli occhi di dosso, quel pomeriggio, dalle ruote di quel mezzo di trasporto neonatale, dal loro movimento, da quell'eterno girare su se stesse anche nei casi in cui la nuova direzione intrapresa non fosse così differente da quella fin lì percorsa. Era come se le ruote dei passeggini potessero beneficiare, senza temere alcuna conseguenza in termini di perdite di tempo ed energia, di uno speciale bonus di indecisione.
Attesa che era finita per la donna di Zamora.
Con l'acqua che le aveva accorciato i capelli e lavato via un po' di bellezza, gli si presentò davanti con la pelle ancora umida: una scelta che chissà quante volte aveva già fatto in passato, ma che, se vista attraverso gli occhi di lui, acquisiva di certo il carattere di unicità. E infatti così sarebbe stato: quei due corpi non si sarebbero mai più incontrati e, anni dopo, avrebbero anche fatto fatica a ricordarsi l'un l'altro.
Fu una scopata come tante, nonostante non accadesse da tempo. Soltanto la conclusione di una serata passata davanti a una porzione troppo piccola di sashimi.
Quella notte, però, una scoperta venne comunque fatta. Quando ebbe l'orgasmo la sua mente fu trafitta da una sequenza di immagini e nomi, apparentemente sconnessi tra loro. Flash intrisi di importanza e intensità. Tra quegli scatti forsennati si accorse, per la prima volta, che erano presenti anche gli occhi di lei. Non della castigliana senza nome. Ma di lei». 

(cit.)




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DIARI
8 ottobre 2011
Emozioni al poliuretano


Ci siamo incontrati per caso, in un giorno di un passato non ancora polveroso, eppure sufficientemente distante da dare il senso di storicità a quel che poi è stato.
Stava in un angolo, silenziosa in mezzo a tutto il resto: una tra le tante, anche se indubbiamente dotata di una diversità a me ignota, fino ad allora.
Rossa di un rosso che ricorda il sangue a tempera, cosa ci facesse lì nessuno lo sapeva. Qualcuno la nominò in maniera incurante, come a volerle dare il benvenuto tra gli impicci di una quotidianità sempre più confusa. Io stesso - lo ammetto - per un po' non le diedi importanza: per quanto inusuale, ero certo che non avrebbe potuto migliorare in alcun modo la routine.

Poi, però, è capitato di avvicinarmi, un po' per noia, un po' per il piacere di capire cosa ci sia oltre l'apparenza. Toccarla a piene mani, allontanarla per poi scoprire come tenda a ritornare indietro, con un'elasticità tale da far pensare a una forma di affetto, come se i sentimenti potessero rimbalzare tra una parete e l'altra e tra il tetto e il marmo.
Una volta, spinto dalla voracità, ho tentato anche di annusarla senza riuscirci; più numerose, invece, le volte in cui mi sono rivolto a lei chiedendole di allentare i nervi e rilassare i muscoli. Sa arrotondare le tensioni, ma anche, se presa male, far venire gran dolori al collo e alla testa.
La chiamano pallina antistress, ma per me è solo una sfera di poliuretano. Quasi imperfetta.
 



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DIARI
7 ottobre 2011
Polisemie da gourmet


Mi chiedo se mai imparerò a distinguere un buon caffè da un altro che non merita di essere considerato tale. E' come se a mancarmi, in queste occasioni, fosse proprio il codice che mi permetterebbe di entrare in contatto con la tazzina, così da riuscire a superare il
 calore del liquido, esperendo il massimo da quei pochi secondi.
Residue sono le certezze: continuerò a berlo amaro mentre, non di rado, pare che sappia di bruciato.
Sapere come sapore, sapere come comprensione: una polisemia non casuale.
Le ferite non si leccano per disinfettarle ma per assaggiarne il dolore e, di conseguenza, capirlo. Capita, poi, di dover trattenere una forma quasi impudica di stupore quando si scopre che - a dispetto di ciò che comunemente ci si attenderebbe - il gusto non è dei peggiori. E via con un'altra razione. Perversa e soddisfacente.

Mi chiedo se mai mi sarà dato soltanto intuire il peso che le persone danno alle parole. Ancor più della loro trasparenza, sarebbe una gran cosa imparare a intendere quanto elastici ne siano i significati. Una mente flessibile può accettare di affidarsi a espressioni duttili?
Ho voglia di riprendermi i silenzi pieni, quelli che non esistono soltanto perché non si ha nulla da dire. Di riacciuffare le assenze che graffiano.
Invece qui sembra di essere all'interno di uno di quei sogni - incubi? - in cui ci si dispera nel vedere che dalla bocca non esce nulla, soltanto rantoli degni del miglior Han-ki.
Dei silenzi che annullano non so che farmene e, infatti, sono qui a scrivere. Muto.
  



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DIARI
5 ottobre 2011
A caccia di Chimere. Letteralmente



Forse dovrei rivedere il mio agnosticismo.
Attribuire poteri divinatori agli eventi più banali, trasformare una caffettiera in oracolo, non è un atteggiamento consono a chi ha la presunzione di pensare di poter governare la realtà, affidandosi in maniera esclusiva alla ragione. Come ebbi già modo di dire da qualche altra parte – anche se non ricordo quando e soprattutto perché –, l’autarchia è un concetto che storicamente ha già dimostrato i propri limiti negli affari riguardanti le collettività, ma che probabilmente svelerebbe il proprio insito fallimento se applicata all'individuo. Chiunque esso sia.
Oggi per la seconda – o terza? – volta in pochi giorni ho sbagliato a fare i conti, finendo per sbattere lo specchietto laterale dell’auto con quello di un’altra sua simile. Un caso? Può darsi. Anche se ultimamente le coincidenze pare facciano particolare fatica a palesarsi come tali.

Quale significato potrebbe celarsi dietro a un evento di tale portata? Semplice fretta, verrebbe da dire. Ma se ci fosse dell’altro, allora potrei pensare che quanto accaduto è sintomo di una riduzione della visione periferica e, perché no, del bisogno di allenare il pensiero laterale. Un’attitudine, quest’ultima,che torna sempre utile anche quando si tratta di evitare risse stradali.
Parlando di visioni, però, se a difettare potrebbero essere quelle periferiche, lo stesso discorso non può essere fatto per quelle prospettiche: mi pare di riuscire a vedere quel che sarà – o quel che vorrei che fosse? – da qui al prossimo futuro e ciò non accade a caso, ma in concomitanza con i battiti delle ciglia. Fotogrammi continui con gli occhi a fare da obiettivo. Istantanee vittime della soggettività e del desiderio, ma comunque a loro modo oneste.
Da un po’, poi, le palpebre non tremano più e questo è già qualcosa. Spero. 




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1 gennaio 2010
Parole che scompaiono.


 
Più mi concentro ad ascoltare le parole, più mi scivolano tra le dita i significati. Le parole sono importanti e io non riesco a fissarle nella memoria; così, senza che me ne accorga, tutto diventa un mormorìo ed io mi sono perso l'essenziale.
Devo imparare a mettere a fuoco, perché sennò rischio di perdermi i dettagli e lasciare solo non detti, fotografie dai contorni non definiti. Romantiche?

I movimenti dei corpi, la carne e gli sguardi, questi mi assorbono definitivamente. Non c'è bisogno di volontà per tenerli stretti.
Ma non basta, non credo che basti.
Forse dovrei darmi al cinema muto, forse dovrei parlare di meno.

Ieri mi hanno detto, dopo tempo, che sono liscio.
Sarà mica un bene?




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1 gennaio 2010
Distanze

 

Stare a fissare lo sguardo, la tensione dei muscoli facciali, l'andatura, il modo di sostenere l'incedere della voce con le mani, il respiro. Minuti, parole. E l'impressione che non ci sia nulla che ti leghi a nessuno di quelli che hai davanti. Patetiche echi di egocentrismo, è probabile.
 
Le feste non mi piacciono, non posso farci nulla. E dovrei anche scusarmi per avere, qualche giorno fa, cercato di far credere il contrario. Disperazioni patinate.
Ho fatto la doccia e ho pensato al calore del sangue, alla sua densità. Il sangue appiccica e secca. E' ferro rosso. Da fin troppo tempo non sento il mio sangue. Un taglio ti fa ritornare alla vita, quella fatta di carne e sensazioni vere. Ti scuote dal torpore dei sensi. Brucia. E' la mia unica dimensione, o l'unica in cui so di riuscire a stare. 
Proposito per l'avvenire: riuscire a non cicatrizzarmi nuovamente, senza morire dissanguato.
 
E mi dispiace, signora, ma il caffè non posso farlo.



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28 novembre 2008
Ellissi emotive





Una sensazione strana intrisa di riflessioni morali, quella che mi colse non appena iniziai a scorrere lo sguardo sui primi passi del libro.
Tra i vapori dell'acqua calda e vaniglia, un dubbio: quella che avevo davanti era una storia già letta in passato oppure erano anni che giaceva sul secondo ripiano della libreria, senza che io mi accorgessi della sua presenza?
A giudicare dall'apparenza avrei potuto azzardare che fosse nuova, ma questo contava poco perché, si sa, ho sempre prestato molta cura ai libri o - se così si vuole intendere - alle storie altrui, sperando così di ingraziarmele e farle un giorno mie.

Qualcuno potrebbe obiettare l'importanza attribuita a questo accadimento per due motivi. Il primo fa leva sull'assunto che qualsiasi testo - non importa se letterario, cinematografico o musicale - cambia a seconda di chi sia colui che ne fruisce. E a tal proposito, credo che nessuno possa mettere in dubbio il fatto che io sia una persona diversa - nonostante spesso faccia di tutto per non accorgermene - rispetto a quella che in un passato indefinito avrebbe accostato le pieghe della propria vita alle pagine immacolate del libro in questione. Non fosse altro che nel frattempo i primi cenni di calvizie hanno riscosso il proprio tributo.
Il secondo motivo è di carattere meno accademico, ma più pragmatico e potrebbe essere riassunto in un pensiero: visto che non ricordo se ho letto o meno questa storia, perché porsi delle domande e non limitarsi ad affrontarla con lo stesso sentimento con cui si va incontro a una prima volta?

E invece no, le domande ci sono e non danno tregua.
Che senso ha - mi chiedo - leggere se poi dopo qualche anno non ci si ricorda più di averlo fatto? Che fine fa l'idea secondo la quale ogni storia lascia in noi un segno, una traccia?
Leggere, dunque, con il semplice intento di trarne una frivola piacevolezza momentanea? Una sveltina di emozioni e poi ognuno per la sua strada?
Tutto ciò lo troverei profondamente amorale, perché nel momento in cui anche le cose che riteniamo importanti e per le quali ci illudiamo di dare la giusta importanza si rivelano nella loro vacuità, tutto perderebbe di senso riducendosi a inutili gemiti esistenziali.

Non mi resta che sperare sia stato tutto uno scherzo della memoria.
E se poi la storia che mi sono ritrovato tra le mani ha per titolo Il libro del riso e dell'oblio, beh, sarà anche questa una stupida coincidenza.




permalink | inviato da Dexter il 28/11/2008 alle 0:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
22 novembre 2008
L'oblio notificato





Tre mesi. Questo il tempo passato dall'ultimo mio scritto.
Anche sforzandomi non riesco a ricordare i particolari di quella notte di piena estate: suppongo ci fosse caldo con me, in maglietta e mutande, a scrivere tra un bicchiere di acqua e l'altro.
Adesso il freddo ha iniziato a mordermi mani e piedi, e così sarà ancora per molto, ma la cosa non mi dispiace. Per le strade il vento impazza facendo sussultare le transenne con sopra stupidi divieti di sosta.
Come se ci fosse la possibilità di fermarsi, o quantomeno di rallentare.

Tre mesi. Qualcos'altro dovrà pur essere cambiato oltre al clima.
Un esame, un graffio alla macchina, il ritorno di vecchie letture, amici di un tempo non troppo lontano, un chilo in più, socialnetworking, qualche articolo al giornale, la visione destabilizzante di una pagina web.
Avrò dimenticato qualche altra inezia - all'elenco forse avrei dovuto aggiungere la voce "un po' di memoria in meno" - ma non credo che cambierebbe qualcosa se la ricordassi.

Facebook.
Non ho ancora capito bene quale sia la sua utilità principale, eppure ho già quarantatre amici. E altre richieste in sospeso.
Ho la sensazione che dietro queste forme di socialità dilagante ci stia solo un tentativo di sfuggire all'oblio. Il proprio e quello degli altri.
Elogio della nostalgia.

Di nuovo a scrivere del tempo. Cazzo.
Una notifica, chissà chi è.


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permalink | inviato da Dexter il 22/11/2008 alle 0:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
22 agosto 2008
Sporco invincibile?




Mettere gli auricolari quando, invece, si dovrebbe tagliare qualsiasi collegamento sensoriale con il mondo esterno. Quello è stato l'errore.
Ora mi trovo qui, dopo essermi fatto beffa ancora una volta dei buoni propositi circa l'assunzione di ritmi biologici più decenti, a grattare pensieri. Archeologo emotivo.

Fa caldo, io preferisco l'inverno, eppure è il freddo quello che riesco a sopportare meno. 
Il pazzo del paese questa notte non si fa sentire, forse lui è riuscito a darsi una regolata. Come non detto, sento avvicinarsi le sue invettive e bestemmie. Lui, pazzo, non tradisce e anche stanotte ci faremo compagnia. 
Oggi ho lavato la macchina: dà una certa soddisfazione passare la spugna zuppa d'acqua e sapone sulla carozzeria sporca di terra e grasso e smog. Ho avuto anche l'occasione di ricordare a me stesso la mia incapacità a raccogliere in maniera ordinata una cordina per l'acqua. E' inutile, ogni cerchio viene diverso dal precedente e così alla fine tra le mani ho solo un ammasso di gomma informe.

Non ho mai imparato certe cose per colpa della pigrizia. Una strana forma di pigrizia che mi porta a cancellare un intero rigo contenente un errore di battitura per poi riscriverlo di sana pianta, piuttosto che spostare il cursore sul punto incriminato ed eliminare il singolo carattere.
Da sempre mi sono sentito dare del pigro, ma io con presunzione penso che tutto derivi dal fatto di avere in mente il desiderio di fare troppe cose. Inutile dire che alla fine non ne faccio nessuna o quasi.
Ultimamente, però, la cosa mi pesa.

Un pensiero mi assilla, quello di non lasciare una traccia di me, un segno della mia esistenza. Mi sento come un personaggio di Svevo. Inetto.
Mi chiedo se ha un senso continuare una vita discretamente comoda e non andare invece in mezzo a qualche guerra, epidemia, crisi di qualsiasi natura per poter fare davvero qualcosa, magari lasciarci anche la pelle ma con criterio.
Invece sto su questa poltrona, oramai consunta, con Elliot Smith negli auricolari e i tasti tra le dita.

Ha senso scrivere se alla fine non ci si rilegge mai?




permalink | inviato da Dexter il 22/8/2008 alle 1:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
27 luglio 2008
Necrologi e maschere




 

Strano modo di misurare il tempo, quello di guardare i necrologi affissi tra la pubblicità di un centro commerciale e il manifesto di qualche politicante da strapazzo.
A guardarli bene ci si può trovare anche un senso di coesione: una triplice declinazione della morte. O della deriva, se volete.
Ma dicevo dei necrologi: li guardo nelle solite frasi che parlano di trapassi assistiti, del dolore di chi è rimasto, del desiderio di non trovarsi nessuno tra i piedi nascosto dietro un cordiale "si dispensa dalle visite" e mi riscopro a immaginarci sopra i nomi di persone conosciute. Nonna, zia, papà, mamma... io.
Lei no, perché non sarebbe giusto.

L'estate procede come tutti gli altri anni, infettando l' animo di riflessioni inopportune.
Soffrire per qualcosa che non si prova nemmeno a fare, dovrebbe essere da stupidi e perseguito dalla legge con qualche decreto ad hoc sull'immobilismo.
Fottuta illusione di poter dare un senso alle cose, di dar valore alle proprie azioni. Che presunzione.
Credo che una delle peggiori colpe della morale cristiana sia quella di far ruotare tutto attorno al principio del senso di colpa.
Io però sembro totalmente immune a questo giogo, insensibile a qualsiasi richiamo di presa di coscienza. E ben vengano dunque le accuse di accidia ed egoismo.
Ogni tanto vorrei sapere chi mi ha forzato dentro questa maschera.

Sono mesi che stringo i denti, sia di giorno che di notte. Quattro o cinque secondi e poi di nuovo una stretta. Quasi nemmeno me ne accorgo più.
Maledetta antipatia verso i dentisti.





permalink | inviato da Dexter il 27/7/2008 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
27 luglio 2008
Ritagli
 




A te che guardavi il gelsomino
senza trovare il coraggio per trarne il nettare,
a chi cammina d'estate contro la luna
stanca e gravida di sogni mai nati

A lui che ascolta il silenzio
in attesa di un grido disperato,
a lei che cambiava ogni giorno
ma poi rimaneva sempre uguale

A quelle ginocchia sbucciate
nel piccolo cortile così grande,
a tutte quelle polaroid scattate
e mai riconosciute

A tutti voi, vorrei dire qualcosa
ma non so farlo,
sarete voi, una notte forse,
a confidarmi un segreto.



permalink | inviato da Dexter il 27/7/2008 alle 11:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
4 aprile 2008
Di angosce e altre sciocchezze

 



Era un po' che ci pensavo, la scorsa notte mi ha disturbato anche il sonno. Un pensiero ben definito, un compito da assolvere con rigore e solennità: sistemare la libreria.
O comunque metterci le mani dentro.
Il bisogno di recuperare spazio e la polvere, solo volgari espedienti per circuire Signora Pigrizia.
E lei, fingendosi ingenua, voluttuosa accondiscese.

Sfogliare le carte che hanno segnato questi anni di università, ha ridestato in me vaghi ricordi. Ma forse ricordi non è il termine più adatto in questo caso, sarebbe meglio parlare di immagini. Effigi amorali.
La professoressa con il suo tabacco e lo sguardo intelligente, quello pallido con l'assistente cereo, caffè serali, matite spuntate e fogli consunti. Cessi e sogni.
Una dedica datata duemilaequattro. Maggio.

Ognuno ha le sue perversioni, io ho la mia. Va bene ne ho altre, ma non sarebbe carino spiattellarle qui, no? Ciò che mi lega ai libri è puro feticismo, di quelli che ti rendono schiavo e non c'è niente che tenga.
Ma c'è dell'altro, c'è anche un'angoscia. Di queste ne ho tante altre e lo dico forte, anche perché fa tanto bohemien, no?
E' tutto legato alla memoria. La consapevolezza di non riuscire a trattenere completamente ciò che, in un dato momento della mia vita, è passato tra gli sguardi e la pelle delle dita mi tormenta.
Delle storie, dei versi, dei sentimenti disegnati e dei volti provati, cosa rimane?
A volte cerco un appiglio freudiano nella convinzione che tutto rimane sedimentato nell'inconscio, quieto, finché non venga il momento di risalire in superficie, altre volte invece, e sono le peggiori, mi sento letteralmente un filtro. A maglia larga, per giunta.

E così, non mi rimane che toccarli, pulirli, cercare di assorbirli.
Strenuo tentativo di osmosi letteraria.




permalink | inviato da Dexter il 4/4/2008 alle 22:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
21 marzo 2008
Dissertazioni eretiche di un pupazzo

 



Venerdì Santo prima di sera,
c'era l'odor di primavera...

Inizia così una delle canzoni meno conosciute di Francesco Guccini.
Questo testo da un po' di anni costituisce il collegamento più diretto nei confronti di questa giornata, oramai solo antico ricordo di cristianità. Non solo mia.
Nella mia mente immagini di processioni lungo strade sconnesse dietro un simulacro dall'innegabile fascino, la voce dell'altoparlante a condurre l'incedere di preghiere sommesse, la ruvidezza degli ultimi cappotti di lana.

Il tempo scorre in vortice, come l'acqua del lavandino che da piccolo riempivo fino all'orlo per poi togliere il tappo e osservarne il veloce deflusso.
Il tempo non è ciclico, il tempo è elicoidale.   

Intanto qualcuno ha creduto opportuno di doversi sbarazzare di un vecchio pupazzo, reliquia di un'altra fede, quella consumistica, ma che tuttavia condivide una certa drammaticità con quella religione che dopo il tramonto avrà la sua processione.
Anche il nostro asino, novello messia del terzo millennio, sembra implorare qualcuno lassù, chiedendogli il perché dell'abbandono.

... e viene sera, resta soltanto
un dolce ricordo, Venerdì Santo




permalink | inviato da Dexter il 21/3/2008 alle 16:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
4 marzo 2008
Pezzi mancanti





Qualche giorno ancora e sarà primavera. Tuttavia le giornate mi sembrano sempre più corte, come se amputate.
Le mattine sono fittizie, perse tra tardivi risvegli e vacui tentativi di programmare le ore successive. Tutte uguali, concavità colme di nulla.
Tre o quattro pensieri fissi - ne farei tranquillamente a meno di qualcuno - a fare da cardine per questa vita che somiglia sempre più a una di quelle giostre di periferia in una giornata di pioggia: in movimento ma senza particolare convinzione.

Ho comprato un puzzle, ma non sono mai stato bravo a farli. Ne ho preso uno di quelli complicati, perché sennò che piacere c'è.
Millecinquecento pezzi, credo. In bianco e nero, ne sono certo.
Sono riuscito a comporre la cornice ma niente da fare per il soggetto, tutti i pezzi sembravano uguali ed anche quelli che erano fatti per legarsi tra loro, all'ultimo istante opponevano resistenza all'unione.
Adesso che ci penso, anche alla cornice mancavano due pezzi.
Con il passare dei giorni, poi, la polvere ha contribuito a rendere ancora più labili le differenze tra bianco e nero, col risultato di trovarmi davanti pezzetti di cartone grigio.
Indistintamente grigio.

Ho la netta sensazione che tutto ciò costituisca una perfetta metafora della mia esistenza, ma rimango in attesa di comprenderne pienamente il significato.




permalink | inviato da Dexter il 4/3/2008 alle 13:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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